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sabato, 1 Ottobre, 2022
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    Strage Via D’Amelio, alla vigilia del trentennale la riflessione dei Direttore Michele Albanese

    Trascorsi pochi giorni da una serata di spessore alla quale ho avuto il piacere di essere ospite a Salerno, grazie alla precisa e puntuale organizzazione del Festival delle Colline Mediterranee guidata magistralmente dalla professionalità di Eduardo Scotti e della cura della Famiglia Postiglione con la sig.ra Maria D’Amato Postiglione in primis, mi sono sentito invaso da sensazioni ed emozioni che raggiungono tutti ogni qualvolta si parla dei Giudici Falcone e Borsellino. La presenza del Direttore de L’Espresso Lirio Abbate, considerato tra i cento giornalisti più importanti del mondo, ha dato quel tocco di classe in più ad un appuntamento speciale nell’ambito dell’estate culturale salernitana.

    1992-2022, ben trent’anni da due degli episodi più tristi della recente storia del nostro paese. Da qui partono queste mie riflessioni.

    Quando, durante la serata, prende la parola il Direttore Lirio Abbate, scende sulla Tenuta dei Normanni un silenzio assordante. È l’esatto momento in cui il Direttore de L’Espresso sta raccontando del suo arrivo a Capaci durante quel maledetto giorno: secondi infiniti, scene inimmaginabili, nessuna cronaca può essere adatta per raccontare quello che i suoi occhi, a breve, avrebbero potuto vedere, così come avvenne, purtroppo, nuovamente, solo 57 giorni dopo in Via D’Amelio. Ogni volta che mi trovo in situazioni del genere penso immediatamente alla brutalità che riesce a caratterizzare l’uomo ma, allo stesso momento, la contrappongo alla ricchezza del patrimonio lasciato alla nostra società da Falcone e Borsellino. Spesso mi chiedo: che paese vivremmo oggi se non ci fosse stato il loro impegno e la loro azione incessante contro la mafia? Con questo mio scritto mi piace fare una riflessione su temi che hanno riguardato la loro vita: cultura e amore senza tralasciare l’educazione alla legalità.

    Sembra forse strano declinare queste due parole così, ma sono fermamente convinto che la cultura è stata ed è, ancora oggi, la base per combattere le mafie, per sradicarle, per far capire che esiste la bellezza della vita che si oppone alla barbaria della morte messa in atto proprio dalla criminalità.

    E questo Falcone e Borsellino lo hanno dimostrato con il loro esempio, con l’amore per la libertà, per la giustizia, l’amore per la loro terra, l’amore per i giovani verso i quali sentivano il dovere di costruire una società più giusta. Un’eredità pesante che va ben oltre le eccezionali capacità investigative lasciateci dai Giudici Falcone e Borsellino, ma che si inquadra nel loro amore unico per il lavoro che svolgevano. Un amore che andrebbe raccontato e spiegato ai giovani che si affacciano sul mondo del lavoro, ma credo anche a tanti che lavorano da qualche anno in più.

    Troppo spesso, oggi, non vi è più amore per quello che si fa, non si riesce ad apprezzare adeguatamente un impiego, non si capisce pienamente quanto esso sia importante e quanto vada preservato, conservato e curato, aggiungendo, ogni giorno, quel qualcosa in più per se stessi e per le persone per cui si lavora.

    Il lavoro è un diritto, ma è un dovere onorarlo, avendone rispetto.

    La mafia si è evoluta, non è più quella della coppola e della lupara. Non crea rumore, agisce in silenzio in un mondo sommerso che utilizza tecniche di occultamento sempre più sofisticate, specie in ambito informatico e finanziario. Dopo il rumore provocato dalle stragi del ’92, progressivamente si sono abbassati i toni e quello che oggi più sconcerta è il silenzio su più fronti. Ma come detto da Peppino Impastato “ se la mafia uccide, il silenzio lo fa ancora di più”. Ecco perché è importante educare alla legalità. I giovani in tutto questo hanno un ruolo fondamentale, non vanno lasciati soli, non devono vedere demolite le proprie aspirazioni da un sistema corrotto. Devono appassionarsi alla legalità, difendere l’ambiente e la vita. Devono essere protagonisti e non spettatori passivi nel costruire il proprio futuro senza scendere a compromessi, senza lasciare che le nuove mafie o i prepotenti rubino i loro progetti, i loro sogni. È questo il senso profondo degli insegnamenti che Falcone e Borsellino ci hanno lasciato, non disperdiamolo, coltiviamone la memoria. E, come diceva Sandro Pertini: “Sii sempre, in ogni circostanza e di fronte a tutti, un uomo libero e pur di esserlo sii pronto a pagare qualsiasi prezzo.”

    Ed è qui che arrivo al titolo “Senza memoria non c’è futuro”, per ricordare i Giudici Falcone e Borsellino nel trentennale dalla loro tragica scomparsa e per provare a guardare avanti senza dimenticare ciò che ci siamo lasciati indietro. Un insegnamento che va trasmesso, ancora di più, in una società povera di valori come quella che oggi ci troviamo a vivere, tramandando il ricordo del passato per avere maggiore consapevolezza del presente e del futuro. Per me tutto ha un sapore particolare se queste riflessioni sull’amore, sul lavoro, sulla cultura, sulla memoria e sull’educazione alla legalità vengono collegate alla storia della Banca, ovviamente con le dovute e necessarie proporzioni rispetto ai due eroi della legalità, e al traguardo dei 60 anni dalla fondazione della nostra Bcc.

    E la memoria e, quindi, la storia della nostra Bcc, per l’appunto, avranno sempre un senso particolare, perché sono la spinta per costruire, ogni giorno, qualcosa di più bello ed ambizioso.

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