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Un'altra lettera, dopo quella del presidente Vincenzo De Luca, arriva all'indirizzo del Presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte. A sottoscriverla tanti sindaci della provincia di Salerno. Tra questi Giancarlo Guercio di Buonabitacolo, Mariantonietta Scelza di Salvitelle e Luigi Vertucci di Atena Lucana. In trincea e senza fondi, nella prima fase della pandemia i primi cittadini hanno scelto la strada istituzionale del rispetto adeguandosi alle scelte calate dall'alto. Nella missiva, ora, lamentano l'assenza di processi partecipativi.

"In questi mesi - si legge nella lettera - i Sindaci hanno dovuto apprendere dalle Sue conferenze stampa le decisioni fondamentali per la Nazione, quelle che poi spettava proprio ai primi cittadini applicare e far rispettare sui territori. L'ultimo DPCM contiene le direttive sulla chiusura anticipata di bar e ristoranti, lo stop alle attività sportive, cinema e teatri. Norme dirompenti, che per milioni di lavoratori e imprenditori significano fallimento, povertà e disagio sociale. Norme che andavano concertate con i territori e che, soprattutto, andavano anticipate da provvedimenti di sostegno reale all'economia del Paese. In questi mesi invece si è preferito investire sui monopattini, sul reddito di cittadinanza o sui famigerati monobanchi, si è perso tempo lasciando ai cittadini il compito di autoregolamentarsi senza indicazioni e sostegno alcuno".

Chiedono quindi di rivedere le linee inserite nell'ultimo DPCM per un giusto equilibrio tra misure di contenimento e sostegno economico a chi è stato chiesto un nuovo stop.

Non solo. "In questo scenario privo di pianificazione e guida - affermano - avviene poi che alcune Regioni che godono di uno Statuto Speciale decidano di derogare al Dpcm, consentendo alle attività di ristorazione di chiudere più tardi rispetto agli altri imprenditori italiani, confermando che nel nostro Paese i diritti non valgono per tutti".

Si riferiscono a quanto deciso dalle province di Trento e Bolzano e sollecitano il presidente del consiglio a "impugnare tali atti per consentire che la legge italiana venga rispettata in modo uguale in tutto il territorio nazionale, o in alternativa di intervenire per sanare la disparità di diritti, consentendo al resto del Paese di adeguarsi alle norme emanate nelle province autonome".

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